La follia di Singapore

L’arrivo a Singapore è stato abbastanza movimentato: alla frontiera siamo scesi dall’autobus proveniente da Malacca per sbrigare le formalità doganali, visto e timbro del passaporto. Durante questa fase gli addetti si assicurano che le persone in ingresso nella città-stato non corrispondano a qualcuno dei ricercati della “hot list”, i cui volti sono ben in evidenza sui pc. Naturalmente io avevo il mio “sosia”, che in realtà sosia non era, ma un ricercato cui somigliavo vagamente, motivo per cui sono stato trattenuto per un controllo speciale. Foto segnaletiche, impronte digitali, confronto più preciso dei volti e finalmente libero.
Solo dopo mi sarei reso conto che questo episodio altro non era che il preludio alla scoperta di una città tutta particolare, dalle regole molto rigide e le abitudini un po’ folli.

Arrivato in ostello alle 3 ora locale (9 italiane), ho avuto solo il tempo di una doccia e di sistemarmi nella camerata prima di iniziare a lavorare, concedendomi una pausa di un’ora per cena (pranzo in Italia). Mappa alla mano, sono andato verso la Marina Bay, il centro turistico e finanziario di Singapore, su una cui sponda sorgono una serie di grattacieli che vanno a comporre uno skyline altissimo e imponente, e su quella opposta il famoso Hotel Marina Bay Sands, quello formato da tre grattacieli sopra i quali è “poggiata” una nave (sì, una nave). Lo spettacolo che da lì a poco mi si è presentato davanti è stato da togliere il fiato, quando alle 8 in punto è partito dall’hotel uno spettacolo di luci sulle note di What a wonderful world di Louis Armstrong.

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Di seguito un video trovato in rete di tale spettacolo, girato credo direttamente dalla terrazza dell’hotel (io però non ero così vicino), che forse rende meglio l’idea.

Il giorno seguente sono andato a piedi verso la Sentosa, un’isoletta collegata alla terraferma con un ponte e piena di attrazioni, per la verità la maggior parte dedicate ai bambini. Quella in foto è la baia che separa le due terre, e quei puntini in cielo sono le cabine della cable car, un modo alternativo e scenografico per muoversi dall’una all’altra.

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Proseguendo ancora si arriva alla spiaggia Palawan beach, che non è affatto male se non fosse per la vista sulla baia nella quale vanno e vengono navi mercantili, che non sono il massimo dello spettacolo visivo, ma la perfezione non è di questo mondo e Singapore non fa eccezione: gli amanti delle spiagge e del mare è meglio che puntino verso altri lidi.

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L’ultimo giorno ho anche fatto lo sforzo di andare in giro per alcuni dei (pochi) luoghi storici di Singapore, dal Fort Canning ai templi, ma se questo è tutto ciò che di culturale Singapore ha da offrire, mi tengo stretto lo show di luci della Marina Bay, che infatti è diventato il mio appuntamento serale fisso.

Di brutto c’è che per quanto scenografica e spettacolare, non so se sia possibile definire Singapore una città “moderna”. E’ moderno un paese dove è ancora in vigore la pena di morte? Dove si finisce in galera per reati minori che in altre parti del mondo non sono ormai nemmeno più reati, tipo il consumo di droghe leggere? E’ moderna una città la cui mobilità è ancora tutta basata sull’automobile, in cui i pedoni aspettano minuti e minuti ai semafori e se attraversano dove non consentito vengono multati per jaywalking?
Meglio non pensarci, forse chi vive a Singapore non ne ha nemmeno il tempo, preso com’è dai ritmi frenetici del lavoro e dal chiodo fisso del business. Meglio sedersi e godersi lo spettacolo della Marina Bay: what a wonderful world!

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